I fatti
L’ondata di sfiducia sui mercati europei e la crisi dell’eurosistema, innescata dal rischio default della Grecia e dai timori di contagio ad altri paesi Uem, ha provocato una brusca svalutazione dell’euro anche nel rapporto di cambio con il renminbi, la valuta cinese.
Le cose non potevano andare, del resto, diversamente. Dal momento che la People Bank of China, la banca centrale di Pechino, mantiene il cambio del renminbi agganciato a quello del dollaro Usa, condividendone quindi (per ora) le sorti. Quanto al rapporto di cambio con il biglietto verde, l’euro da 1,4563 dollari del 13 gennaio 2010 (massimo dell’anno) è nel frattempo piombato a quota 1,2349 il 17 maggio scorso, cedendo anche in questo caso oltre il 15%.
Le possibili conseguenze
Gli sviluppi sui mercati valutari stanno creando una giustificata apprensione nel paese del Dragone. Il sistema manifatturiero cinese, che opera con margini molto compressi, rischia infatti di subire pesanti perdite dalla rivalutazione del renminbi. Specialmente quella pletora di piccole aziende che dall’export a basso prezzo e dai ridottissimi costi della manodopera hanno creato un vantaggio competitivo unico (o quasi) al Mondo.
Si tratterà adesso di verificare se i timori - fondati a nostro avviso - si tradurranno in effettive perdite di quote di mercato nel Vecchio Continente. Con le merci “made in China” che, solo per l’effetto-cambio, hanno già subito un rincaro a doppia cifra difficile da “sterilizzare” con politiche di prezzo più aggressive, che non sconfinino nel dumping.
Gli sviluppi dell’interscambio
Tra gennaio e aprile del 2010, in base ai dati dell’Agenzia delle Dogane cinesi, le esportazioni dell’ex Celeste impero sono intanto cresciute, complessivamente, del 29,2% anno su anno portandosi a quota 436,05 miliardi di dollari.
Nettamente più accelerata la marcia delle importazioni (+60,1%), balzate a 419,94 miliardi, con conseguente forte riduzione del saldo attivo della bilancia commerciale del Dragone, sceso a 16,11 miliardi di dollari, in calo del 78,6% su base annua.
L’Unione europea si conferma il principale partner commerciale di Pechino: l’interscambio bilaterale Ue-Cina (import+export) ha toccato 137,77 miliardi di dollari (il 16% del totale), facendo segnare una crescita del 34,6% rispetto ai primi quattro mesi del 2009. L’aumento è risultato comunque inferiore al +42,7% registrato per l’interscambio complessivo, ammontato a 855,99 miliardi a tutto aprile 2010.
Nell’intera annata 2009 l’interscambio bilaterale Ue-Cina ha generato un saldo attivo per Pechino di 108,48 miliardi di dollari, in calo del 32,3% su base annua.
Oltre ad essere il principale partner commerciale, l’Unione europea rappresenta, per il gigante asiatico, il primo sbocco per l’export, il secondo fornitore di tecnologia (trasporto ferroviario, macchinari elettronici, new energy ecc.), il secondo mercato di approvvigionamento, per quanto attiene alle importazioni, e il terzo maggiore fornitore di capitali esteri davanti al Giappone (il sorpasso è avvenuto nel 2009). Sempre nel 2009 la Cina ha superato la Russia nel ranking dei paesi clienti della Ue, divenendo il terzo più grande mercato di esportazione per i Ventisette.
Le proiezioni
Nel 2010 - secondo le proiezioni di Dong Xian'an, chief economist dell’Industrial Securities Shanghai - l’avanzo commerciale della Cina subirà un taglio di circa il 30% a 137,5 miliardi di dollari, dai 196,1 miliardi del 2009.
La svalutazione dell’euro rischia però di accentuare le perdite di surplus, generando ricadute anche in termini di crescita più rallentata del Pil.
Nel primo trimestre 2010 l’economia cinese ha marciato a un tasso annuo dell’11,9%, in accelerazione rispetto al più 10,7% dell’ultimo quarto del 2009.
Nei successivi trimestri si attendono però tassi di crescita più moderati, sostiene Zhuang Jian, senior economist dell’Asian Development Bank. Per l’intera annata 2010 l’Istituzione asiatica stima un aumento del Pil cinese del 9,6%.
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