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Famiglie italiane sempre più ostaggio delle spese obbligate

Che le famiglie italiane riservino ai consumi discrezionali una quota sempre più bassa del proprio reddito è confermato dalle evidenze statistiche. Non è chiaro invece quanto spazio vi sia, nelle pieghe dei bilanci domestici, per un recupero del potere d’acquisto, dopo vent’anni dettati nelle economie sviluppate da modelli di stampo consumistico.

In Italia, dove quasi la metà della spesa è “ipotecata” da oneri incomprimibili, i margini di discrezionalità sembrano, per la verità, assai ridotti.
Basti pensare che sulla spesa totale delle famiglie, che i dati di contabilità nazionale quantificano, nel 2009, in 905,4 miliardi di euro a prezzi correnti, una quota stimata attorno al 43% del totale risulta a tutti gli effetti vincolata. Non può essere cioè oggetto di risparmi, se non a fronte di condizioni di default personali che avrebbero però ricadute in termini di spesa pubblica o, in alternativa, sul piano della tenuta sociale.
Spese dunque a flessibilità zero, la cui incidenza però - e questo aspetto merita sicuramente una maggiore attenzione - è fortemente aumentato negli ultimi decenni. Era al 25,7% nell’ormai lontano 1970. Ma aveva già sfiorato il 30% a inizio anni Ottanta, per spingersi oltre il 40% a partire dal 2002.
L’altra faccia della medaglia di questo fenomeno di “coercizione della spesa”, che il change over lira/euro ha ulteriormente esasperato, è rappresentata dalla progressiva caduta di quelle che si potrebbero invece catalogare come spese discrezionali. Se si analizza, ad esempio, l’incidenza che i consumi di abbigliamento e calzature hanno avuto negli ultimi quarant’anni, si può osservare, dopo una prima fase di ascesa, esauritasi nell’arco di un decennio, un successivo trend al ribasso, tutt’ora in atto. Ad oggi, dicono le statistiche, questo capitolo assorbe il 7,7% della spesa totale delle famiglie italiane, contro un picco di oltre l’11% toccato nel 1980.
Resta da chiarire, in questa analisi, quali sono le categorie di beni e servizi che rientrano in quelle che, per definizione, possono essere classificate come spese vincolate. Sicuramente gli affitti e le spese per la manutenzione degli appartamenti (condominio, acqua, energia elettrica, gas e altri combustibili). Ma non ovviamente mobili o articoli d’arredamento, tessuti per la casa, elettrodomestici ecc.
Vincolate sono anche le spese catalogate nella contabilità nazionale sotto la voce “sanità”, in cui rientrano gli acquisti di medicinali e i costi per servizi ambulatoriali e ospedalieri. Il progresso e il benessere hanno reso obbligate anche le spese d’esercizio di mezzi di trasporto e quelle per la mobilità in generale, al netto però degli spostamento per viaggi o vacanze. In una lista che include, necessariamente, l’istruzione, la protezione sociale, le polizze assicurative e i servizi finanziari.
Al netto di queste componenti, comprimibili, almeno in parte, solo attraverso politiche (fiscali ed energetiche) mirate  - per esempio con l’introduzione di tariffe agevolate, a favore delle famiglie, per i servizi pubblici sia locali che nazionali, o con detrazioni fiscali sul capitolo abitativo - restano le altre voci di spesa caratterizzate, oltre la soglia minima del bisogno (si pensi all’alimentare o all’abbigliamento), da elementi di oggettiva flessibilità.
L’analisi dei trend, al netto della spesa alimentare che per la legge di Engel è inversamente correlata al reddito, mostra, per queste componenti, andamenti differenziati. Oltre a vestiario e calzature, le dinamiche più recenti rivelano, ad esempio, un calo dell’incidenza per mobili, articoli d’arredamento, tessuti per la casa ed elettrodomestici, oggi al 7,2% di quota, da picchi superiori al 9% raggiunti a inizio anni Novanta. Al contrario tende a consolidarsi il peso relativo delle spese per  alberghi e ristoranti, al 10,2% nel 2009 (era al 6,5% nel 1970), e per le comunicazioni, al 2,5% di quota, in calo solo nell’ultimo lustro.
Da rilevare, inoltre - spostando l’analisi sui deflatori dei consumi, che rappresentano un valido indicatore della dinamica inflazionistica - che tra le prime 10 voci che negli ultimi quarant’anni hanno fatto segnare i maggiori rincari se ne registrano ben 6 ricadenti nella categoria delle spese vincolate. E se si allunga la lista alle prime 20, le voci di spesa obbligate salgono a  quota 11.
Polizze assicurative e servizi ospedalieri sono i capitoli, tra quelli vincolati, che hanno accumulato, negli ultimi quattro decenni, i maggiori rincari. Seguono affitti, acqua, protezione sociale e servizi finanziari. Tra i beni e i servizi classificabili invece come “discrezionali”, i maggiori aumenti di prezzo si registrano per telefonia e vacanze. Seguono i servizi alberghieri e i pubblici esercizi, davanti a giornali, libri e cancelleria e calzature.